Calypso

from by Montezuma

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  • Compact Disc (CD) + Digital Album

    Sutura comes in digisleeve case, artwork by Gianpaolo Ornaghi.

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lyrics

Il fulmine mi prese per la prima volta sulla Terra, in un giorno di pioggia perduto tra la primavera e l’estate, sulla collina del grano, accanto allo stagno degli animali artificiali.
Gli automi dello stagno, abituatisi alla mia presenza, avevano ripreso a frinire e gracidare. Li ascoltavo, steso sulla collina, mentre la pioggia saldava grumi di terra e chicchi di grano alla mia pelle nuda. Fu allora che il fulmine mi prese.
Esercitò su di me una violenza inaudita e globale, invase ogni segmento del mio corpo e lo sfibrò, poi esplose e fiorì nel cervello. Mi tenne per il tempo che esso volle.
Da allora il fulmine mi ha preso molte volte. Ogni volta ha rimescolato brutale i miei pensieri. Spietato è il furore del fulmine.
Nei giorni dai cieli più bassi, quando l’aria sapeva di ferro, mi sono arrampicato sulle colline, l’ho provocato con rituali di guerra, con danze e grida, evocazioni del fulmine, invocazioni al fulmine.
Il mio corpo è divenuto il ricettacolo del furore, si è trasformato in un’arma del fulmine, plasmata dal fulmine; il fulmine mi ha impartito la sua disciplina, con violenze talvolta saettanti, talvolta lentamente dolorose, tra le quali esso mi ha tante volte concesso la grazia.
La grazia del fulmine sono i fiori azzurri, complessi, a diverse orbite rotanti, che spesso si aprono nel buio negli ultimi istanti in cui il fulmine esercita la sua brutalità.
Quando i fiori compaiono, si spalancano i viali che si inerpicano nel cielo, i viali che partono dalla mia fronte e si inerpicano verso il cielo, e nel cielo raggiungono la mia mente. Che la mente è nel cielo, anche questo il fulmine insegna.
Oggi sono steso sulla sabbia incolore di Cherania, guardo in alto, ho le braccia e le gambe divaricate. Barbelo, il cielo di Cherania, è alta e gonfia di nubi: un drappo color grafite trapuntato d’indaco attraverso il quale posso vedere i bagliori delle scariche che si sfogano nel pleroma.
Nel sonno che mi ha colto durante il viaggio, nella navicella, ho avuto un’immaginazione di Barbelo: si schiudeva come due labbra si schiudono, lenta, lasciava intravedere un nucleo, amalgama di viola e verde che si inseguivano e si avvolgevano attorno a un cuore segreto.
Mentre ero ipnotizzato dai movimenti dei colori, il fulmine scaturiva dal pleroma e mi penetrava, mi contorceva, bruciava le mie carni, fondeva e separava i miei lembi, pungeva il mio corpo come un milione di aghi, annientava di dolore i miei nervi.
Durava tantissimo, come mai è durato. E mentre durava, nella mente vedevo la mia gemella: era percorsa dal fulmine, e sapevo che la sua scossa durava quanto la mia scossa durava. Anche questo il fulmine insegna.


Ma qui su Cherania, il fulmine non scaturisce. Barbelo, la madre mia che è nei cieli, la madre mia che è il cielo, che più di ogni altra entità è prossima al pleroma, il quale più di ogni altra ipostasi è prossimo al fulmine, continua a essere dolcemente muta.
Mi sfiora con una brezza il cui profumo fa sgorgare in me il ricordo delle primavere piovose, mi contempla da lontano con tenerezza. Talvolta lascia scivolare quaggiù un gorgoglio lieve, rade gocce minuscole. Balenano le luci ancora oltre la coltre. Ma il fulmine non viene, non viene a devastarmi. Mi dispero.
E infine apprendo di nuovo, come ogni volta, che nulla devo desiderare oltre al fulmine e che nel contempo devo rinunciare al fulmine. Apprendo di nuovo, come ogni volta, le nozze di desiderio e rinuncia. Apprendo di nuovo, come ogni volta, che non si può governare il fulmine e che il fulmine governa ogni cosa.
E mentre cresce la vergogna, la vergogna per l’ignoranza che sempre e di nuovo ho mostrato in merito alla natura delle cose del fulmine, sopprimo l’istinto di tornare sulla Terra, sopprimo l’istinto di risalire le colline del grano e della pioggia, di provocare il fulmine del cielo terrestre con danze e urla, sopprimo l’istinto di fingere di sapere solo quello, di fingere di non sapere ciò che oramai e nuovamente io so: io so che devo rimanere fermo, steso sotto un cielo lontanissimo che mi sorride e che mi lascia fuori, che non disprezzandomi mi aiuta a disprezzare me stesso.
E allora mi costringo qui, immobile, mentre i miei arti fremono, mentre i muscoli del mio collo si tendono sino a divenire pietra. E chiudo gli occhi. Ed esercito su me stesso una violenza inaudita e globale.
E in questa violenza che io mi faccio sorge una calma, e questa calma che sorge io non l’ho mai provata.

credits

from Sutura, released May 27, 2017

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Montezuma Pesaro, Italy

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